Comunicazioni di servizio… radiofonico e non!

Il consigliere regionale Mario Abbruzzese

Il consigliere regionale Mario Abbruzzese

Ricevo i complimenti da Claudio Donatelli per l’intervista del 13 gennaio 2017 su RCS che ho fatto a Mario Abbruzzese. Ringrazio Donatelli pubblicamente e prendo spunto da quanto ha esternato (su Facebook i suoi pensieri su questo mio articolo) per le seguenti considerazioni.

Fa sempre piacere che un articolo venga letto e che generi discussione. Non mi piace mai assumere un tono cattedratico, ma sono fermamente convinto che: se la stampa non fa parlare dei temi di cui tratta perde la sua principale ragion d’essere – in un mondo giusto.

Ricorre spesso, nei manuali di comuncazione, il concetto di sfera pubblica. Che sia quella borghese di Habermas o americana di Lippmann il concetto di “sfera pubblica” si lega a quello di “opinione pubblica”. Da anni ormai, il dialogo sembra essere un lusso che “non ci possiamo più permettere”, espressione paternalista che viene utilizzata da un gruppo per dettare all’altro bisogni, scopi, agende.

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Un’immagine del ’68 in Italia. Fonte: lastoriasiamonoi.rai.it

Il giornalismo, quello vero, ha il dovere di “far ragionare” come dice lei. Far ragionare non vuole ovviamente dire “far prendere posizione in un senso o nell’altro” (anche se qui si apre una parentesi su indirizzi politici, editori, colore – politico e non – del giornalista, senso civico ecc.) ma vuol dire approfondire, dare delle dritte, andare a capire, non accontentarsi della prassi consolidata che trasforma quotidiamente gli opinionisti in ripetitori.

Badi bene, non è un nuovo attentato al piedistallo! Il giornalista non è fuori dal discorso, non guarda dall’alto e profonde il verbo. Egli è immerso nella sfera pubblica e sgomita per capire, per proporre, per stuzzicare al fine di elevare il discorso dozzinale e ciarliero a cui certi media ci hanno abituato. Amplificare non è giornalismo, per amplificare basta il megafono… uno strumento tecnico che può essere il giornale, la radio, la televisione, internet, il walkie talkie.

Questa scelta. Di giornalismo ragionato, d’inchiesta, “cane da guardia” non “cane di compagnia” non può e non dovrebbe essere una scelta personale. Che vede il singolo scontrarsi con l’editore, rivendicare salari che gli permettano di coprire spese, rischi e lavoro intellettuale che tutto ciò comporta.

Procacci in redazione a "L'Inchiesta"

Procacci in redazione a “L’Inchiesta”

Lo sbandierato “pluralismo dell’informazione”, non dovrebbe essere uno spauracchio per garantire fondi a chi potrà così ripagare quanto avuto tornando a fare il ripetitore e rinforzando una immagine pubblica che è forma consolidata, ma contenuto oscuro, o peggio, assente.

Ma nel giornalismo, come negli altri campi di lavoro odierno. Ogni essere è una monade. Ogni essere corre da solo, e spesso alla ricerca di chi gli possa garantire la sussistenza. Come attaccare chi ha bocche da sfamare e conti da pagare? Sì, certo: “la libertà costa”, ma è più facile farsi carico dei rischi quando hai per lo meno un piano C…

Ovviamente questo non può d’altra parte essere l’alibi per chi nasconde dietro questi concetti un “essere vanesio”, la voglia di stare sotto i riflettori, di avere voce in capitolo, di gestire un “potere” che la società borghese assegna ad una casta di “operatori dell’informazione” che sono titolati ad esercitare, a pieno titolo, il loro (da approfondire a chi si riferisca questo “loro”) diritto di parola.

Perché il mio discorso dovrebbe trovare il favore del gruppo e non del singolo? Per lo stesso motivo per cui viviamo una società che sta andando a rotoli. Quello a cui assistiamo è la lenta decadenza del gruppo, la messa in discussione dei principi che regolavano il contratto sociale, di hobsiana memoria. Quello che aveva fatto nascere lo stato perché “homo homini lupus” non era funzionale allo sviluppo della società. Ma eccoci, di nuovo, di fronte a questa società. Dove “regna chi bara e non chi vale” per dirla con Pierangelo Bertoli.

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Un’immagine della Sorbona occupata

Ma cosa c’entra tutto questo con il consigliere regionale Mario Abbruzzese? C’entra nella misura in cui, avendo scritto io un articolo e condotto un’intervista che lo ha visto protagonista, auspico una reazione dei lettori non tra “tifosi” e “contrari”. Come da tempo vediamo muoversi il pubblico che accetta di essere declassato a folla. Ma un dibattito, una discussione sui temi.

Da un punto di vista etico, morale e sociale Abbruzzese ha detto molte cose ineccepibili, come altri concetti discutibili, ma un punto cade a pennello in questo mio discorso. Quello relativo al rispetto delle persone: “la mia azione politica – ha detto – non deve essere contro il mio avversario politico, ma deve essere finalizzata a costruire un bene comune”.
Il consigliere regionale qui cita Voltaire e il suo “Trattato sulla tolleranza”. Ecco quindi l’anello che “chiude il cerchio” del mio discorso: sono le idee che devono tornare a essere discusse, i mezzi di informazione devono parlare di contenuti non di forme. Che pena vedere come ci si ostina a dispensare lettere maiuscole per ossequiare “il vescovo, il re, l’imperatore”, citando Jannacci, e dimenticando la differenza tra nome comune, nome proprio e aggettivi.

Se inizieremo a parlare per “ragionare insieme” e non per “rinverdire i rapporti di forza”, se i problemi non verranno più affrontati da soli, ma in gruppo. Se la conclusione odierna del mio rapporto di lavoro con Radio Cassino Stereo non è più fatto personale, che fa sorridere qualche collega ostile e intristere più di un lettore appassionato – come avvenne quando decisi di lasciare L’Inchiesta – ma problema sociale che accomuna lavoratori, persone, “società civile” come vi piace dire quando vi volete sentire “kaloi kagatoi”, allora non vivremo più nella speranza del cambiamento, bensì nella certezza che qualcosa sta cambiando.

Procacci in una diretta radiofonica per Radio Cassino Stereo

Procacci in una diretta radiofonica per Radio Cassino Stereo

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