Comunicazioni felici, perché libere

scrittura_sangue_cScrivere per sopravvivere. Scrivere per rimanere vivi, non solo col corpo, ma anche con la mente. Vivo tra persone che accettano il dogma contemporaneo che la manifestazione del proprio pensiero è qualcosa, non solo di inopportuno e sconveniente per i propri secondi fini, quanto di decisamente inappropriato in generale. E che il contesto sia importante e ci condizioni, non l’ho scoperto certo io. Pertanto prima di scrivere ci ho pensato, sono settimane che ci penso. Ma io non posso rimanere in silenzio, io non sono di quelli che non manifestano, la mancanza di comunicazione per me equivale all’appassimento completo. Forse parlo troppo. Forse parlo al vento. Qualche volta a vanvera, qualche volta con più cognizione di causa. Però, diamine, parlo! Perché solo comunicando c’è evoluzione, e, direbbe qualcuno, solo comunicando c’è umanità. Per te che passi e guardi da lontano, se ti sei imbattuta in questo scritto, lo so siamo agli antipodi. Ma io non mi arrendo! E spero che non lo faccia nemmeno tu come invece stai facendo da fin troppo tempo. Per chi invece crede nella comunicazione e nel confronto, lascia pure un messaggio, è bello sapere che tra 5 milioni di amici nominali c’è qualcuno con cui prendere un caffé “letterario” o non che sia.

Insomma, hic sunt mirabilia. Basta con i leoni che ci preservano nei confini. Basta con la diffidenza che si allarga a macchia d’olio e che diventa perfino sfiducia in noi stessi… Sono buoni propositi, lo so. La realizzazione non è facile. Ma, per quanto piccolo e marginale possa apparire questo mio spunto, per raggiungere gli obiettivi bisogna insistere.
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Ho cominciato a leggere “Felici per scelta” di William Woollard, al di là della possibile deriva mistica che conduce al buddismo, Wollard è conosciuto per il suo altro libro di maggior successo “Il buddista riluttante”, la cosa interessante è che riscopro in questo libro una filosofia, di fondo e finora ben celata perché somministrata cum grano salis, una filosofia, dicevo, una serie di insegnamenti e di valori, che sapevo già avere in me. Che condivido da tempo, che ho appreso e accettato in tempi non sospetti.
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Del resto gli ultimi dieci anni della mia vita hanno rappresentato, sempre più, una continua costruzione e decostruzione. Complice la società violenta in cui viviamo e probabilmente la mancanza di una fede cieca che mi facesse da stampella, forse perfino a causa di quel tocco di scienza che governa il mio animo umanista, mi ritrovai a saggiare la validità delle leggi sociali attraverso il metodo scientifico. Facendo esperimenti nel tentativo di verificare la legge. Pazzo! Sì, l’ambiente non controllato di quel laboratorio che si chiama mondo poteva falsare i risultati, ma essendo una ricerca sociale quell’ambiente era parte integrante della ricerca stessa.
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Una ricerca che viziava molti principi scientifici pur ispirandosi ad essi. Un’osservazione partecipante, un’analisi esogena che non poteva essere scevra dagli approfondimenti endogeni. Insomma, ho fatto casino. Come lo facciamo tutti. Però, l’ho fatto con stile, garbo e buoni propositi e infinita voglia di vita e conoscenza. Finito il momento varietà, e con buona pace del lettore criticone, in realtà non ho fatto altro che vivere e interpretare ciò che succedeva cercandone un senso, cercando, tramite l’esperienza di capire quali fossero “le regole del gioco” e perché la teoria non coincidesse quasi mai con la pratica.

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Un’operazione tutto sommato condivisibile e accettabile che prima dei trent’anni o intorno ad essi dovrebbe affiorare in buona parte della gente. Una ricerca del sé che non può precludere dalla conoscenza degli altri e dalla scoperta/riscoperta del tessuto sociale in cui si vive. Ad ogni modo, si tratta di un viaggio agli inferi, non di un pique-nique. E così, tra le altre cose, mi ritrovai in missione per salvare Euridice e mi voltai solo all’uscita dalla grotta. Ma Euridice non c’era più, se n’era andata, sua sponte, per tornare da Ade. Meraviglie del possibile…

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Ma torniamo al valore liberatorio di questo scritto, in senso più ampio. La comunicazione è il mezzo, non il fine. La lingua è un binario su cui si muovono i pensieri, oggi i pensieri sono feriti, imbrigliati, nascosti da una comunicazione fine a se stessa. Ribelliamoci! Cominciamo da qui… commenta.

(articolo nato per la pubblicazione su Facebook)

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