La generazione degli “enfant prodige”

Faccio parte di una generazione senza coscienza. Non abbiamo mai avuto vera coscienza di noi come gruppo, e spesso nemmeno coscienza di noi come singoli. Siamo cresciuti in un contesto di benessere in cui, il più delle volte, un solo genitore lavorava e l’altro si prendeva cura di noi dalla mattina alla sera. Siamo la classe degli “enfant prodige”, chi più chi meno, ma tutti altamente scolarizzati, tutti puliti, tutti impegnati a raggiungere un traguardo che non sembra arrivare mai. Partiti da maturità classiche che sembravano non “l’incipit”, ma già un pezzo del “continuum” di una carriera lanciata a briglie sciolte verso l’alto, come carro di fuoco del profeta Elia.

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Una carriera che era solo lo specchio della promessa di un capitalismo in espansione. Ma i contesti economici cambiano e quelli sociali anche. Non è che eravamo degli imbecilli privi di raziocinio, come spesso qualcuno vuole stigmatizzare facendo perdere di sostanza al discorso, solo che eravamo convinti che le regole del gioco venissero rispettate. Ce l’avevano detto i nostri genitori, ce l’aveva detto la società, ce l’avevano detto i professori che anche se non ci stavano simpatici erano un punto di riferimento. Eravamo figli di una generazione che aveva fatto, o comunque vissuto, il sessantotto, eravamo figli di una società che aveva cominciato a sognare, a credere nel cambiamento e che lo aveva perfino realizzato. Così andammo avanti, felici, verso un futuro radioso. E mentre correvamo ad accumulare titoli e a sognare rapporti sociali sani qualche cosa ogni tanto non tornava. Succedeva come per i “déjà-vu” del film Matrix.

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Però non ci demmo peso. Andammo avanti. Prodi cavalieri di una crociata verso il benessere. Poi, piano piano, i primi che cominciarono a partire per l’estero, i rifiuti nei colloqui di lavoro e, peggio ancora, le esperienze lavorative sottopagate, la cultura svilita, la professionalità minimizzata, i diritti traditi ci gettarono nello sconforto di una società banalmente cattiva. Amorfa e insensibile. Sì, forse contammo troppo sul fatto che a qualcuno sarebbe dovuto importare di noi, ma scoprire che non importava proprio a nessuno, questo era troppo. Non doveva accadere per forza! Eppure avvenne. Gli amici che si sposavano tardi, gli amici che rimanevano single, le amiche che issavano muraglie di femminismo per nascondere il desiderio di maternità e di famiglia. Quei nidi che erano state le famiglie d’origine riecheggiavano di amarezza di cui figli e figlie, ormai trentenni, erano diventati portatori di stendardo.

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Faccio parte di una generazione che dal centro del proprio essere si è trovata ai bordi della società. Superata da sotterfugi e gioco sporco. Svilita da quelli dell’ultimo banco che tronfi dei loro 2 e 3 si ritrovarono, sul lavoro, in posti da dirigenti e nella vita reale a recitare la parte di aguzzini quando per amore o per sventura ci legammo a loro. Faccio parte di una generazione che non dice ancora “ai miei tempi” perché ha perso la cognizione del tempo. Pensa di non morire mai e ancora spera nella ricompensa alla fine della corsa, mentre molti di noi, cavalli di razza, vengono abbattuti nel chiuso di stanze buie, folli di dolore e nostalgia rinchiusi nelle prigioni dei propri pensieri. E non c’è segnale di reazione, non c’è nemmeno il benché minimo spirito di gruppo, non c’è spirito del tempo, non c’è “pneuma”. C’è sopravvivenza, stanca sopravvivenza. E incontri di altri disperati, che vengono dalla nuova generazione, se possibile ancora più disgraziata, o da quella appena precedente, anch’essa malata dei nostri stessi problemi e forse anche qualcuno di più. Quarantenni divorziati, quarantenni disoccupati, quarantenni tutti profondamente depressi e in cerca di un senso da dare alle loro vite.

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Faccio parte di una generazione che si è lasciata fottere dall’idea di essere “il meglio”. Che ha seguito le lusinghe del denaro e che si è lasciata dividere dalla competizione efferata. Faccio parte di un gruppo che non è gruppo, gli amici veri si contano sulle dita di una mano, l’amore è un’esperienza rara perché in un mondo dove ti devi sempre mostrare forte, è chiaro che chi ama abbassa le difese e nessuno vuole abbassare le difese… E’ quindi finita la nostra razza? No, assolutamente no. E’ in trasformazione. Siamo impegnatissimi a vivere vite che altri hanno disegnato per noi, che ci siamo ritrovati per sbaglio, che hanno deviato da ciò che volevamo. Siamo lì a raccogliere le briciole dal pavimento di una natura che “non renderà né ora né poi quel che ha promesso”. E adesso qualcuno punterà il dito e dirà che dobbiamo reagire. Perché questo è quello che ci manca, perché questo è il grande insegnamento: “l’uomo capace risolve tutti i suoi problemi”, “l’uomo capace cambia le regole del gioco”, “l’uomo capace…” è una sorta di Chuck Norris delle battute satiriche che tanto hanno spopolato su internet negli ultimi anni. Ma, appunto, sono battute.

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Un trucco, ovviamente. Le cose ti vanno male? E’ colpa tua… Le cose ti vanno bene? Sei stato fortunato… Non è del tutto vera la prima, non lo è del tutto la seconda. Faccio parte di una generazione il cui vero problema è forse stato quello di non sapere con chi prendersela. I nostri genitori se la sono presa con i loro “padri padroni”, ma noi non potevamo fare questo, non lo erano… I nostri nonni se la sono presa con la guerra che li aveva resi poveri e hanno ricostruito, prima ancora qualcuno se l’era presa con l’oppressore straniero e così via… Ma noi con chi ce la potevamo prendere? Andava tutto maledettamente bene… ma se andava così bene perché all’improvviso divenne tutto così ostile, così ambiguo, così inaspettatamente corrotto? Il sentore è che quando capiremo con chi dobbiamo prendercela non avremo più le forze per farlo. Il sentore è che siamo stati perfetti nel meccanismo del: “produci, consuma, crepa”. E siamo stati talmente funzionali al sistema da non chiedere nemmeno salari troppo esosi, anzi, quasi da non chiederli per nulla… lavorando gratis per la promessa di un lavoro.

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Però io volevo fare lo scrittore. Non lo statista, non l’economista, non l’impiegato… E volevo raccontare storie, perciò il giornalismo mi ha sempre affascinato, e volevo vivere appieno una storia con una donna che amasse solo me, perciò dimenticare è difficile. E invece di scoprirmi vivo e vegeto, come il suonatore Jones “che con la vita avrebbe giocato ancora”, vedo un mondo decadente le cui ombre sono sempre in agguato. E magari è vero che a volte ti manca pure il coraggio, però anche Locasciulli lo diceva che “intorno a trent’anni” non si ha più voglia di fare la guerra… E allora non ti resta che metterti davanti al computer, ticchettare sulla tastiera e mettere un messaggio in una bottiglia. Affidarla al mare della rete. E vedere se qualcuno risponde.

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