Perché non scrivo più

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Perché non scrivo più… Non scrivo più perché “estoy harto”, come dicono gli spagnoli, delle bruttezze della vita. No, non ho attraversato malattie dilanianti come i tumori, né ho vissuto l’angoscia di miei cari coinvolti in simili orrende tragedie. Ma ho vissuto. E continuo a farlo, appieno. E il turbamento interiore che ne deriva è quello esistenziale di tutti. I più semplici, voltano pagina. O forse i più intelligenti. Non voglio esprimere giudizi, non voglio attirare i fulmini, quale capro espiatorio del diffuso malumore.

Non scrivo più perché posso essere motore che va a milioni di giri al secondo, ma anche lumaca che striscia lasciando la bava del disappunto e dello sconforto. Mi sento parte di una generazione di vittime che non riesce ad interpretare il malessere trasformandolo in voglia di reagire. L’unica voglia che trovo attorno a me è quella di replicare il modello che ci ha ridotto in catene. Schiavi delle nostre stesse vite. Dell’immagine di noi che è stata costruita in parte da noi stessi e in gran parte dagli altri.

Non scrivo più perché se un’amica ha detto che d’inverno il seme riposa sotto terra in attesa della primavera, il mio inverno dura da tempo e i germogli sono timidi sprazzi della vita che non vuole arrendersi all’infelicità. E pensare che proprio ora stavo cominciando a riflettere sulla frase inglese “no  man is an island”, proprio ora avevo abbassato le difese, avevo vissuto il sogno perché la vita è sogno e solo così val la pena di essere vissuta.

“La vita è tragica” cantano i Baustelle, però è bellissima. Ed ecco lo specchio dello spirito del tempo, che viviamo, in un inno musicale dal sapore cyberpunk.

Non scrivo più non perché la sindrome di Peter Pan mi abbia abbandonato, ma perché il mio fanciullino è diventato triste. Essiccato dagli sforzi di vita e d’amore che aveva profuso senza diniego.

E ci si ritrova soli in un muro di perbenismo, in una società che è patina e gomma, in scambi umani asettici. In cui parli solo tu, che, in quanto Peter Pan, sei “ingenuo”. Sì, un ingenuo fiducioso nella vita e in una giustizia assoluta che non sarà certo un Dio che è morto a garantire, ma che l’anima del mondo dovrebbe salvaguardare.

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