Toronto: cultura portami via

Rigoletto-di-Verdi-al-Teatro-dei-MarsiToronto. Un rinomato critico parla delle sue esperienze di ascolto, e non solo, dell’opera lirica in Italia. Aneddoti gustosi e informazioni inaspettate sorprendono e rallegrano l’interessato pubblico. I fiori all’occhiello dell’opera italiana vengono ripercorsi, in maniera entusiasmante, da questo fine dicitore che parla dell’oggetto del suo lavoro, come farebbe un padre del proprio figlio, o come farebbe un artista di a quanto da lui prodotto.

Impeccabile nella dizione, accattivante nella narrativa, e con un gradevole umorismo dispensato cum grano salis, il relatore non ha pero’ una risposta convincente di fronte alla domanda: “Come pensa che venga percepita all’estero l’opera lirica?”, “Quanto arriva ad un pubblico che non parla l’italiano come lingua madre?” e, infine, “Ha mai utilizzato, durante il suo lavoro, qualche tecnica per avvicinare l’opera lirica (in italiano) al suo pubblico (inglese)?”.

Dopo aver sottolineado come in alcuni teatri si usi l’escamotage dell’introduzione di sottotitoli nella lingua del pubblico, che vengono mostrati durante lo spettacolo, osservazione che pero’ va in un’altra direzione rispetto alla vera ratio della domanda, sembra quasi che il punto sia se e’ piu’ importante la lingua del pubblico o quella dell’autore.

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Che peccato. Quest’uomo, che ha lavorato per anni come critico, che avra’ raccontato ai Canadesi la maestosita’ dell’opera italiana, sembra non essersi mai davvero posto il problema di come rendere piu’ comprensibile per il suo pubblico quanto egli vedeva da un punto di osservazione preferenziale.

Del resto durante il suo racconto, “I Masnadieri” di Verdi diventano semplicemente “The Bandits”, dato che egli accetta la comune traduzione data per tale titolo. Una traduzione senza dubbio riduttiva. Non sono nemmeno sicuro che egli conosca l’Italiano; sicuramente ha familiarita’ con alcune espressioni e con aspetti culturali del nostro paese, ma non mi sembra molto interessato al punto della questione da me sollevato.

A scanso di equivoci, dopo un intervento dal pubblico che andava nella stessa direzione del relatore, rimanendo nell’ambito della mera traduzione “uno a uno”, senza andare a sviscerare le implicazioni culturali o ancora meglio della “semiosfera” italiana, per usare un termine ostico, ma che abbraccia bene la questione, “a scanso di equivoci”, dicevo, ho ripetuto come il punto da me sollevato fosse di natura piu’ profonda e cercava di andare ad indagare quel difficile aspetto comunicativo che afferisce al problema della traduzione delle opere letterarie.

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Come ho detto al mio colto interlocutore, durante l’aperitivo che ha seguito la manifestazione, affronto lo stesso problema, ma al contrario, nella traduzione, dall’inglese all’italiano, delle poesie di G. M. Hopkins e Dylan Thomas.

Alla fine e’ convenuto sulla difficolta’ insita nel processo di traduzione, ma il suo sorriso giocondo era chiara dimostrazione della sua impeccabile buona educazione piuttosto che di un qualche interesse nei confronti di un tema che, a mio avviso, avrebbe dovuto essere la prima domanda alla base della sua intera vita lavorativa.

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